Reintegrare Bregantini. Il lavoro non è una merce, ma la Cei non è la Cgil. Il vescovo prodiano imbarazza un poco i colleghi divisi. Attendendo Bagnasco

Reintegrare Bregantini. Il lavoro non è una merce, ma la Cei non è la Cgil. Il vescovo prodiano imbarazza un poco i colleghi divisi. Attendendo Bagnasco

Ridimensionare la critica sul licenziamento economico esternata dall’arcivescovo di Campobasso e presidente della commissione Cei per il lavoro, Giancarlo Bregantini – “Il lavoratore non è merce”, ha detto – ma insieme far capire la preoccupazione della chiesa per il lavoro, per la dignità dei lavoratori, per quelle necessarie riforme nei confronti delle quali, come ha detto il cardinale Angelo Bagnasco a Genova il 19 marzo nella giornata della manifestazione della Fiom per salvare l’articolo 18, “non servono no pregiudiziali”.

E’ questa la linea che dovrebbe seguire l’attesa prolusione di Bagnasco dopodomani a Roma in apertura del Consiglio permanente della Cei. Quanto a Bregantini, vescovo prodiano che nel 2001 elogiò in pieno G8 la disobbedienza citando l’Apocalisse e “i grandi abbattuti dai loro troni” del “Magnificat”, vale più di tante parole lo spazio che Avvenire ha spietatamente voluto riservare ieri alle sue parole: un piccolo box il cui titolo (e foto) sono riservati non a lui bensì a Domenico Pompili, portavoce della Cei, che pochi minuti dopo l’uscita del vescovo ha cercato di calmierare la situazione chiedendo una “soluzione ampiamente condivisa” della riforma del lavoro.

L’impressione è che la chiesa viva di sentimenti ambivalenti, sta coi lavoratori ma non intende rompere le uova nel paniere di un Monti – ieri il premier ha salutato il Papa in partenza da Fiumicino per il Messico – dal quale si aspetta riforme “necessarie”.

La linea, del resto, l’ha data anche con una delle sue uscite più “pop” il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone. “Tra un bel piatto di paccheri di Gragnano, una spigola e un tortino alle fragoline di Nemi” (copyright il Messaggero), Bertone tre giorni fa davanti a Monti e a mezzo esecutivo, durante un pranzo a Villa Borromeo in onore dei nuovi cardinali creati dal Papa nel recente concistoro, ha chiesto che si alzassero in alto i calici: “Presidente – ha detto – la chiesa la sostiene. Sappiamo bene che anche questo passaggio necessita dello sforzo corale di tutte le istanze del paese. Ma serve unità nei momenti cruciali”.

Al di là della forma, discutibile per molti, è la sostanza a contare: l’indicazione, offerta da Bertone a tutti i vescovi (Bagnasco era seduto in silenzio al suo fianco), è di appoggiare l’esecutivo e fa niente se, solo un anno fa, lo stesso appoggio Bertone l’aveva concesso, sempre a Villa Borromeo, anche al “legittimo” governo Berlusconi mentre impazzava il cosiddetto Ruby-gate.

L’appoggio di Bertone a Monti non è senza motivo. Un mese fa, a margine di un incontro dedicato alla riforma del lavoro, è stato il premier a dire in via riservata ad autorevoli esponenti del mondo cattolico: “Se domani ci dovesse essere un confronto sui temi che vi interessano, sappiate che sto dalla vostra parte”. Un segnale chiaro che si dice abbia favorito il fatto che la revisione dell’Imu sui beni ecclesiastici stia avvenendo in un clima sostanzialmente pacifico. Nella chiesa, però, i sentimenti non sono univoci.

La parte del decreto sulle liberalizzazioni che prevede l’apertura dei negozi anche la domenica agita molto. “Il lavoro domenicale farà tutti più poveri” ha scritto il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio. “Siamo molto decisi nel dire che prima di sacrificare il riposo domenicale occorre riflettere bene: a noi sembra un errore” ha invece affermato il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano.

Pubblicato sul Foglio sabato 24 marzo 2012