I mastini della finanza che “sbiancano” lo Ior e la necessaria zona grigia

I mastini della finanza che “sbiancano” lo Ior e la necessaria zona grigia

In Vaticano i “mastini” di Moneyval fanno meno paura di qualche mese fa. Incaricati dal Consiglio d’Europa per la valutazione dei sistemi antiriciclaggio dei paesi membri, si erano piazzati lo scorso novembre per sei giorni nella curia romana setacciando i vari uffici amministrativi con lo scopo d’iniziare a valutare la legittimità dell’entrata della Santa Sede nella “white list” degli stati con i migliori standard di vigilanza e trasparenza finanziaria. Finito il lavoro se n’erano andati dicendo soltanto: “Torneremo”.

Quando giovedì scorso si sono ripresentati, molti in Vaticano temevano non vi fosse momento meno opportuno: non solo perché nelle ultime settimane sono fioccate inchieste giornalistiche e leak imbarazzanti, ma anche per la recente decisione della filiale di Milano di JPMorgan (anticipata domenica dal Sole 24 Ore) di chiudere i rapporti con lo Ior dopo che il procuratore aggiunto di Roma Nello Rossi e il sostituto pm Stefano Fava avevano chiesto lumi all’Uif – l’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia – sembrava poter influire negativamente sul loro operato.

Ma leggendo un comunicato diramato nelle scorse ore dal Vaticano sembra invece che tutto si sia svolto in modo regolare, come se, nonostante il clamore mediatico, gli ispettori fossero rimasti sostanzialmente soddisfatti della cooperazione ricevuta. “La strada è ancora lunga ma state procedendo nella giusta direzione”, hanno detto in via riservata. Quanto lunga? Il processo proseguirà ma si arriverà “alla redazione di un rapporto che sarà esaminato nel luglio prossimo”. Il rapporto sancirà l’entrata definitiva del Vaticano nella “white list”? Nessuno lo può sapere prima di luglio, ma ciò che conta è la prospettiva: per gli ispettori è in corso un processo la cui soluzione può essere positiva.

Per quattro mesi oltre il Tevere hanno lavorato sodo. La segreteria di stato, in particolare, e il governatorato, si sono dati da fare per stendere una nuova versione della legge base in materia di antiriciclaggio, la legge 127.

Promulgato il 25 gennaio 2012 per decreto dal capo del governatorato, il cardinale Giuseppe Bertello, il nuovo testo dimostra che in uno stato sovrano come è quello Vaticano le decisioni anche in materia finanziaria spettano a chi ha in mano il governo, quindi anzitutto alla segreteria di stato che svolge in sostanza un ruolo politico di tutela. Una specifica, questa, che ha provocato qualche malumore interno.

Scrive infatti Sandro Magister che “se per alcuni dirigenti vaticani la nuova versione emendata della legge 127 segna un passo avanti nell’opera di ripulitura e riordino, per altri segna un passo indietro”. Perché la legge, secondo alcuni, depotenzierebbe l’Autorità d’informazione finanziaria (Aif) nei suoi compiti di controllo della trasparenza. Chi sono internamente i più critici?

Scrive ancora Magister: “Il cardinale Attilio Nicora, presidente dell’Aif, e il presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi”. Nicora muove i propri dubbi da una posizione delicata: controllore dell’attività finanziaria del Vaticano, siede ancora non solo nel Consiglio dello Ior ma anche nella Pontificia commissione per lo stato di Città del Vaticano la quale, secondo il nuovo testo del decreto, avrà notevoli competenze nel disciplinare l’attività della stessa Aif.

Al di là delle singole personalità, sul tema sono due le sensibilità che sembrano fronteggiarsi. Da una parte quella di coloro che ritengono che la linea della trasparenza, la necessità di adeguarsi agli standard internazionali per entrare nel club dei più virtuosi, sia un ideale da non disattendere in nessun modo; dall’altra quella di coloro che ritengono che questa stessa linea sia sì da perseguire ma con moderazione, avendo ben presente che il Vaticano ha una sua specificità che lo rende non del tutto paragonabile agli altri stati sovrani.

In molti ancora oggi ricordano che, quando c’era Paul Casimir Marcinkus, l’Istituto per le Opere di Religione (Ior) più che una banca era una grande famiglia. Il direttore generale Luigi Mennini – per tutti “il banchiere” – accoglieva i nuovi assunti con queste parole: “Qui si lavora per il bene dei tanti fratelli sparsi nel mondo. Vedrete molti soldi entrare e altrettanti uscire. Non scandalizzatevi. E’ anche così che si fa la chiesa”.

Allora, il concetto di trasparenza non era l’unico e solo ideale in funzione del quale sintonizzare il proprio lavoro. Lo Ior, insomma, lavorava consapevole di essere in uno stato con una sua sovranità e specificità e il problema del giudizio esterno era meno sentito. Tanto più che, durante la Guerra Fredda, la Santa Sede era il punto di caduta delle tensioni internazionali: mobilitare risorse a favore dei cristiani perseguitati oltrecortina equivaleva a tenere in vita la chiesa orientale. Il fine giustificava mezzi spicci e i banchieri di Dio avevano licenza di non andare troppo per il sottile, come emerse poi clamorosamente con il crac Ambrosiano e i miliardi, di qualunque provenienza, arrivati a Solidarnosc attraverso canali ecclesiastici. Contava solo dove i soldi andassero a finire, non da dove provenissero. L’assenza della causale sui bonifici o i conti cifrati allo Ior rientrava insomma in una “finanza di guerra” che dopo il crollo del Muro di Berlino ha stentato a essere riconvertita in attività ordinaria, secondo i parametri di istituzioni laiche.

Pubblicato sul Foglio giovedì 22 marzo 2012